Luigi Farrauto


“Ognuno prende i limiti del campo visivo per i confini del mondo”. La mia fortuna è stata crescere sfogliando l’atlante. Non è stata un’illuminazione, solo un caso. L’atlante era lì. Poteva essere un trattato di botanica o un catalogo di elettrodomestici. Ma era un atlante. Di quelli con la Germania unita, roba di classe.

CONDIVIDI

 

È un curiosare ossessivo il mio, figlio di una malsana voglia enciclopedica di ficcare il naso in tutti gli archivi del mondo. ©Svetlana Sysoeva/Shutterstock

Quando avevo dieci anni i confini del mio mondo coincidevano con la proiezione matematica della sfera sul piano. Cinque continenti immensi, spezzati in parti uguali e divisi in tavole. Grazie a quel libro ho iniziato a sognare il mondo. Sottolineavo le città che avrei voluto visitare, tracciavo itinerari lunghissimi, che nel cerchio perfetto della mia immaginazione ignoravano guerre, confini e deserti. Così da Milano scendevo verso Gerusalemme, poi giù fino a Baghdad. Le mappe mi permettevano gli atti creativi di un dio. Ma c’era qualcosa che non quadrava: erano solo spostamenti su carta. Dalla prospettiva divina dell’atlante il mondo lo conoscevo a memoria. Ora sognavo di vederlo da vicino.

Trent’anni dopo ho ancora problemi con la curiosità.
Adoro frugare, sbirciare, rovistare, origliare. Fisso le finestre dei miei vicini di casa sperando di notare qualcosa, non riesco a non chiedermi cosa contengono i pacchetti dei regali altrui. L’altra metà della luna mi turba da sempre. In aeroporto muoio dalla voglia di sapere il contenuto degli zaini di tutti, mi domando dove diavolo vadano e a far cosa. L’attesa al ritiro bagagli è una tortura sul nastro trasportatore. È un curiosare istintivo il mio, figlio di una voglia enciclopedica di ficcare il naso in tutti gli archivi del mondo.

E se scoprire il colore delle nuove tovaglie dei miei vicini può svoltarmi la giornata, come placare il caos di un ossessivo all’idea che oltre il suo campo visivo, in giro per il mondo, si nascondono tanti patrimoni dell’umanità, capolavori dell’arte, miracoli della natura?

Quanti sono i castelli nel mondo? Il guaio è che vorrei visitarli tutti. ©Catuncia/Shutterstock

Quanti sono i castelli nel mondo? Il guaio è che vorrei visitarli tutti. Ci provo. La curiosità è dono, ma anche una maledizione. Mi rende sazio e affamato, ricco e povero. Non viaggio per crescere culturalmente, per trovare nell’altro un confronto umano o per imparare una lingua. Tantomeno per diventare una persona migliore.

Viaggio perché al ritorno non ho paura di niente. Viaggio perché so stare al mondo solo così, col piede in due scarpe, con gli occhi su due mappe. Spesso non so perché parto, ma quando torno penso sempre Perciò lo faccio. Viaggio perché muoversi è il destino di ogni irrequieto. Perché fuga e rifugio si assomigliano. Viaggio perché talvolta sto meglio là che qua. In fondo viaggiare è come la dieta mediterranea, dormire otto ore a notte, correre la mattina, mettere su famiglia, studiare il latino: fa bene.
Viaggio perché ho scelto di farlo. In compenso mangio da schifo e dormo poco, odio gli sport e non ho messo su famiglia.

Luigi Farrauto ha un PhD in Design, ma visto lo scarso senso dell’orientamento disegna solo mappe. Ha vissuto a Porto, Amsterdam e Doha, è stato visiting researcher al MIT di Boston e docente a contratto in varie università italiane. Oggi vive a Milano, dove scrive guide Lonely Planet e testi di geografia per le scuole. Insieme ad Andrea Novali ha aperto il 100km studio, specializzato in wayfinding. Appassionato di cartografia antica e orientalista amatoriale, nel tempo libero studia l’arabo e il cinese.