Linda Cottino


Viaggiare. Sì viaggiare… rallentando per poi accelerare… grande Lucio Battisti! Certo che se devo chiedermi il perché si viaggia, risposte non ne ho. Forse perché, anche solo come spostamento, il viaggio l’ho conosciuto presto e mi è stato compagno nella vita, con semplicità.

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Ricordo la mia prima trasvolata oceanica: andavo in California ©nata_rass/Getty Images

Ho un vaghissimo ricordo di esser stata messa per la prima volta su un aereo alla verde età di quattro anni: mamma e papà mi spedirono in Sardegna da amici, e come se fosse la cosa più naturale del mondo mi affidarono alla hostess; in volo, poi, un signore gentile seduto accanto mi aiutò a destreggiarmi con lo spuntino che dopo il decollo ci servirono. La seconda volta che presi un aereo in autonomia dai genitori ero ormai dodicenne, con destinazione Svezia e un transfer a Stoccolma verso il nord, dove abitavano i miei cugini; in quel caso, la vera fonte di preoccupazione era la mia sorellina, di cui dovevo avere cura, il che mi procurò una non trascurabile ansia. Tre anni dopo, di nuovo in solitaria, feci la mia prima trasvolata oceanica: andavo in California, dove mi sarei fermata per l’estate a studiare; di quell’avvicinamento ricordo un’attesa interminabile al Charles De Gaulle, una tempesta sopra Toronto e lo sbarco all’aeroporto di Los Angeles, torrido e sconfinato.

Nelle vacanze dei miei sedici anni, con tre compagne di liceo, andai in Francia a lavorare in un cantiere ambientalista: partimmo da sole, in treno, e viaggiammo fino all’estrema punta della Bretagna. Con l’audacia dell’adolescenza, il tragitto di ritorno decidemmo di farlo in autostop, fermandoci a visitare Chartres e poi naturalmente Parigi, per un’intera settimana.

Insomma, l’abitudine a spostarmi la presi piuttosto presto, quasi senza darci importanza. Fu come allenare l’enzima che ti permette di “digerire” il viaggio con naturalezza. Non sapevo, allora, che quell’abitudine si sarebbe man mano trasformata in un piacevole vizio. Confesso che quel che non ho mai imparato a fare è viaggiare per viaggiare. Mi spiego. Nel tempo, dopo le esplorazioni della prima gioventù, in Italia ma soprattutto in Europa – indimenticabili gli andirivieni da Barcellona e dalla Spagna all’Almodovàr, o da Berlino appena post-crollo-del-muro – iniziai a viaggiare per lavoro.

Occupandomi di montagna come giornalista, i miei si configurarono sempre più come viaggi verticali ©NiarKrad/Shutterstock

E occupandomi di montagna come giornalista, i miei si configurarono sempre più come viaggi verticali. Man mano persi l’abitudine a muovermi in orizzontale, se non per il tempo degli spostamenti. E la mia personale collezione di montagne è andata arricchendosi sempre più – le Alpi da sud e da nord, l’Appennino, le rocce di Sicilia, Sardegna e Corsica, e poi naturalmente l’Himalaya, i settemila dell’Asia Centrale, le Ande e addirittura i deserti, là dove le montagne proprio non ci si aspetta di trovarle.

È accaduto così che se non ho un obiettivo è come se mi mancasse qualcosa. Non riesco a “fare la turista” e nemmeno la “viaggiatrice per caso”. Devo esplorare, guardare, capire, intrufolarmi, perdermi. E alla fine poterci scrivere su. Forse devo reimparare a viaggiare per il gusto del viaggiare in sé. Senza tempo, senza finalità preordinate, senza itinerari studiati sulla mappa. Mi consola il pensiero che in queste nostre lunghe vite di eterni-giovani del terzo millennio abbiamo ancora il tempo per metterci in gioco viaggiando.

Linda Cottino, giornalista professionista, alpinista e runner per passione. Dopo viaggi tra mondi professionali diversi con la scrittura come compagna, ha diretto la rivista ALP, partecipato a un esperimento di web tv alpina italo-francese ed è autrice di un libro su una spedizione di alpiniste sovietiche al Pik Lenin. Scrive e legge di montagna e coordina la collana di guide di viaggio Marco Polo di Edt.