Valerio Corzani


Da piccolo mio padre ci portava spesso a mangiare all’aeroporto di Forlì. Lui doveva andare alla Cisl, o a qualche federazione sportiva, o semplicemente a fare qualcosa per il Comune (lavorava come ragioniere in un comune dell’Alta Valle del Savio) e noi andavamo a Forlì con lui. Passavamo la mattinata alla Standa, alla Despar, o in qualche mercatino in centro, e poi a pranzo, anziché infilarci in un ristorante, prendevamo la pizza al taglio o qualche panino e ce ne andavamo all’aeroporto. C’era una bella terrazza all’aeroporto di Forlì e nessuno la frequentava. Almeno così sembrava, perché a mangiare lì con noi non c’era mai nessun altro. E noi invece ce la godevamo davvero. Mangiavamo e guardavamo gli aerei. Alcuni arrivavano, altri decollavano. Pochi, perché a Forlì in quegli anni non c’era un gran traffico. Ma anche così noi eravamo elettrizzati. E anche mio padre, che sicuramente non ha volato molto in vita sua, ma aveva di certo lo spirito curioso e famelico del viaggiatore di razza. Tanto che a un certo punto, poco prima che il suo quinto nipotino nascesse e qualche anno prima che arrivasse anche la sesta nipotina, mio padre è volato via.

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Le nubi attraversano il cielo nella Valle della Luna

 

Sono sicuro che quelle strane spedizioni familiari, con i picnic sulla terrazza dell’aeroporto, abbiano contribuito non poco ad accendere la miccia, che poi si è trasformata in fuocherello, infine in incendio e risponde a quella inesausta voglia di esplorare latitudini che altro non sono, in fondo, se non la realizzazione di quei decolli e di quegli atterraggi soltanto trasfigurati quando ero piccolino.

È la stessa miccia che mi ha fatto da allora guardare alle nuvole come porto e approdo, ma anche come trampolino, come fuga, come rifugio. Le nuvole come movimento e teatralità, universo cangiante di forme e colori in continua evoluzione, scenografia sempre diversa, bellezza effimera e sublime.

L’arte del contemplare le nuvole si chiama “Cloudspotting” ed è una specie di snorkelling a testa in su. Contemplare le nuvole è una pratica a disposizione di tutti, anche dei sedentari. Pratica nomade e immobile allo stesso tempo. Basta alzare la testa, togliersi i nuvoloni interiori che spesso ci perturbano la mente e guardare il cielo in negativo, ovvero pensare che la trama del cielo non è fatta di azzurro, ma di nuvole.

 

Il cielo sull’isola di Skye, Scozia

A quel punto si apre un mondo, anzi un cielo, fatto di cumuli, cumulonembi, strati, stratocumuli, altocumuli, altostrati, nembostrati, cirri, cirrocumuli, cirrostrati. Ma i contemplatori di nuvole non aspirano a catalogare gli oggetti della loro passione; ci pensano già i meteorologi a classificarli. L’occupazione del cloudspotter è assai più piacevole e riflessiva. I contemplatori di nuvole devono imparare a rassegnarsi ai graduali mutamenti delle formazioni che osservano. Non importa se non riescono a identificarne qualcuna: in tal caso, è meglio rilassarsi e limitarsi a seguirne l’evoluzione, prima o poi comparirà una nuvola dall’aspetto famigliare. L’atteggiamento ideale consiste, in fondo, nel rivolgere gli occhi al cielo, sgombrare la mente dai pensieri e permettere alle sagome delle nubi di trovare noi.

Il saggista americano Ralph Waldo Emerson descriveva il cielo come “il pane quotidiano degli occhi…la più straordinaria galleria d’arte sopra di noi”. Una galleria d’arte nella quale non si paga il biglietto, non si fanno file, si trovano opere sempre nuove e si spende solo un po’ di tempo. Il tempo che occorre per stare, un momento o quanto si vuole, con la testa tra le nuvole.

Mi ritrovo dunque, alla fine di queste brevi riflessioni, a scoprire che per spiegare la mia febbre nomade, per spiegare perché nel corso della mia vita sia finito in Africa, in Asia, nella Americhe e in quasi tutti gli anfratti d’Europa, abbia rispolverato due passioni sedentarie: guardare gli aerei da una terrazza e guardare le nuvole. É un paradosso? Non credo, non lo credo affatto. Per diventare grandi viaggiatori, bisogna anche essere stati forsennati “esploratori del centimetro”, acrobati della propria cameretta e tuffatori della vasca da bagno.

Valerio Corzani è presentatore e autore radiofonico, critico musicale, musicista, fotografo, reporter, globetrotter. Collabora con Radio Rai dal 1986; suona il basso dal 1976; scrive, fotografa e parla di suggestioni che incontra nei suoi viaggi. Adora i colpi di scena, soprattutto quelli che hanno a che fare con le latitudini e i fusi orari…