Giorgiana Scianca


Non c’è un unico motivo per cui ho sempre preferito partire piuttosto che restare. Se cambiavo io, cambiava lui, e il viaggio che ne seguiva è sempre stato capace di colmare quella ragione. Che si trattasse di lasciarmi alle spalle il dolore di un amore finito o quella voglia di sentirmi Chatwin per un po’. Ma se in così tanti continuiamo a viaggiare, ci dev’essere qualcosa di più profondo e uguale per tutti. E così riavvolgo il nastro dei miei viaggi a quando tutto è cominciato, in cerca di una risposta.

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In viaggio sospesa nel tempo, in Birmania © Giorgiana Scianca/Lonely Planet Italia

 

Me lo ricordo come fosse ieri. È il 1995, ho vent’un anni e con tre amici dell’università sto facendo uno sgangherato viaggio tra Scozia e Irlanda a bordo di una Y10. Il bilancio a caldo della mia prima esperienza nomade è funesto: due settimane di litigi e due incidenti in macchina. Potete immaginare la delusione. Eppure una volta decantata quella, ho provato euforia. Vagare senza un programma preciso aveva liberato una parte fondante della mia futura identità. “Sono perché viaggio”, tre parole che messe insieme ci uniscono in tanti. Ma al tempo era un cambio di prospettiva che intuivo appena. Tornata a casa giravo e rigiravo tra le mani emozioni sparse e brevi vicende di quella vacanza. Belfast vista dal mare ascoltando Through the Barricades, la festa uscita dal nulla in una casa sul Lochness, il silenzio di Dublino camminando di notte.

Ci pensavo perché nei momenti storti della vita mi consolava, in quelli buoni mi faceva stare ancora meglio. La verità è che quei folli giorni si stavano rivelando benefici. Mi è bastato questo per intuire che un viaggio non è una realtà un po’ onirica chiusa a chiave tra una partenza e un ritorno. La sua magia non rispetta i confini, anzi l’idea di un viaggio irrompe nel quotidiano, lo fa più bello e più colorato. La preparazione è come il profumo del nostro piatto preferito, un’attesa fatta di mille letture, varianti di programma e infinite ispirazioni, anche se poi avremo solo il tempo di fare “il classico giro”.

E poi c’è quell’intramontabile desiderio di altrove, per quanto dicano tanto altrove non sia più, visto che persino dell’angolo più sperduto del mondo troviamo una foto su Instagram. Eppure ne sono certa: le immagini degli altri non ci priveranno mai del senso profondo del nostro viaggio. Non ci toglieranno l’ebbrezza di camminare liberi tra gente e odori di un posto dove niente ci è familiare. E continueremo a sentirci invincibili ogni volta che accettiamo lo spaesamento poiché troviamo punti di riferimento dentro di noi.

 

Il bar sulla long boat, navigando sul Mekong © Giorgiana Scianca/Lonely Planet Italia

Forse è per non smettere di provare tutto questo che continuiamo a partire. Mentre ci rifletto rivedo il mio 29 luglio del 2014 e penso a come in fondo il viaggio chiami il viaggio. Sono appena arrivata in Vietnam e compio 40 anni. Di quel giorno ricordo solo l’umidità irragionevole di Hanoi, una canottiera di seta rossa che mi ero regalata, e la cena con un amico che vive lì, accucciati su sgabelli lillipuziani, rossi anche loro. Gli racconto della sintonia, scoperta mesi prima, tra l’atmosfera che avevo dentro e quella emanata da una tratta del Mekong che attraversa il Laos. E di quanto la volessi ritrovare nel delta del fiume, all’estremo sud del Vietnam. Tre settimane dopo ero tra quei mille capillari d’acqua e alla pienezza di quei giorni devo il sogno, realizzato più avanti, di navigare anche sull’Irrawaddy, in Birmania.

Dall’inseguire un’intima geografia al fingere di non vedere un compleanno scomodo, qualunque viaggio abbia fatto è nato per un motivo diverso. Come sappia darmi completezza e farmi salire di qualche gradino sulla mia personale scala di speranza, quello invece non cambia mai. Dopotutto io credo che con i viaggi funzioni come con la gente. La prima cosa che ci ricordiamo di una persona non è il nome o la faccia, quanto piuttosto il modo in cui ci fa sentire. Per noi con lo zaino sempre sulla porta, il viaggio ci fa lo stesso effetto di chi riesce in un colpo solo a farci ridere, riflettere e rinfrancare con la vita. È quello stesso amico che ci sveglia con la colazione a letto, ci accompagna per il mondo e la sera ci riporta a casa, la nostra Itaca, e lì rimane con noi. In attesa di ripartire.

Giorgiana crede nei percorsi istintivi e irrazionali, il che fa di lei un’inguaribile viaggiatrice solitaria. Non le è ancora chiaro se viaggia per fotografare, o se fotografa per viaggiare; sta di fatto che, quando non fa la giornalista, trama stravaganti progetti fotografici che le diano una scusa per partire. Sul sito wowtheworld.it celebra ogni ritaglio di mondo che vede.